Caso Agcom-Google: la priorità del settore è rivedere il Decreto Dignità

data di creazione: nov 02
Scritto da Alessandra Santoro

Aveva fatto rumore, parecchio, quanto deciso da AGCOM, l’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni. Multare Google non è cosa da tutti i giorni ma il Consiglio dell’Autorità aveva comminato una sanzione amministrativa nei confronti del colosso del web per aver violato la normativa sul divieto di pubblicità nel mondo dei giochi e delle scommesse con vincite di denaro, secondo quanto previsto dal Decreto Dignità.

In particolare è con Google Ireland, titolare del servizio “Ads”, che si è accanita AGCOM, perché tramite il servizio di posizionamento pubblicitario online ha reso possibile, dietro pagamento, la diffusione di link che indirizzano verso siti, cosiddette landing page, che violano le norme di contrasto al disturbo da gioco d’azzardo. La società, sfruttando il motore di ricerca google.com , aveva finanche diffuso l’annuncio a pagamento di un sito, - che evitiamo di menzionare per correttezza - , uno dei portali che svolgono attività di gioco e scommessa con vincite in denaro.

Nel caso specifico l’Autorità aveva ritenuto che l’attività fatta da Google Ads non potesse essere qualificata come servizio di hosting, giacché l’elemento che caratterizza il servizio non precede di “ospitare” il messaggio pubblicitario, ma nel permetterne invece la diffusione tramite siti web destinatari del messaggio stesso. L’attività di memorizzazione è del tutto ancillare e necessaria per la prestazione del servizio principale, invece finalizzato alla promozione diretta di scommesse e giochi a pagamento, che come è noto sono attività vietate dalla normativa nazionale.

Ora, però, AGCOM ha invertito la decisione di archiviare la sanzione contro Google. Quando vi fu la promulgazione del divieto, sia Google sia Facebook avevano voltato le spalle ai concessionari ADM, per “motivi etici”. Ne ha parlato, a questo proposito, Moreno Marasco, numero uno dell’Associazione LoGiCo: "Ora scopriamo persino che il sito in questione fosse illegale in Italia, pertanto in violazione del Codice Penale”. Inoltre il sito in questione, al centro del dibattito, non è nemmeno inserito nella blacklist dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Da qui un richiamo al divieto di pubblicità, considerata deleteria, e non da ora, per Marasco. Che cita, giustamente, il primo storico lockdown, quello primaverile. In seguito alla chiusura delle attività retail non vi fu alcun tipo di riversamento della domanda espressa sul gioco fisico verso il circuito online illegale. Ciò, per Marasco, rende evidente una faglia: il divieto di pubblicità blocca il mercato, poiché l’esistenza stessa di un circuito legale è giustificata dalla canalizzazione della domanda di gioco in un contesto protetto. Da qui una necessità, quella di sedersi nuovamente al tavolo delle trattative, con tutti gli attori coinvolti nel processo, e rivedere le norme che bloccano di fatto la pubblicità nel mondo dei giochi.

Una revisione delle norme porterebbe solo e soltanto vantaggi, sostiene Marasco, accompagnato dai consensi di tutti gli operatori della filiera legale. Saranno, stavolta, ascoltati?