Gambling made in Italy: critiche in casa, modello all'estero

ott 18

I paradossi in Italia si sprecano. Nella patria del gambling, è quasi scontato che il gioco non sia visto di buon’occhio, al contrario di quanto avviene all’estero. Allo stato attuale delle cose, infatti, giorno dopo giorno si consumano nuove puntate della telenovela “storica” legata all’esistenza del comparto con una nota forte tendente al proibizionismo, mentre all’estero il settore italiano dei giochi pubblici è considerato un punto di riferimento in merito alla regolamentazione.

L’Italia è infatti una delle poche nazioni ad aver sviluppato un settore all’interno di uno dei mercati più competitivi e diffusi, riuscendo a garantire al contempo entrate cospicue nelle casse statali (nei primi due terzi del 2016, il settore ha fruttato allo Stato una somma di imposte indirette superiore ai 9000 milioni di euro), ma anche una regolamentazione molto attenta del consumatore. La bilancia italiana resta quindi in sostanziale equilibrio: occhio attento a chi quasi giornalmente tenta la fortuna, ma mano di velluto nei confronti dello Stato che incamera mensilmente milioni su milioni.

È però un equilibrio instabile, con alcuni bandi di gara in attesa di un parere concordante di tutti gli enti locali, che in realtà non dovrebbero avere giudizio in un settore di competenza statale. Nonostante le contraddizione e un caos calmo tutto italiano, lo Stivale continua ad essere un punto di riferimento nel gambling, anche nel passaggio al “digitale sicuro”: la lotta senza quartiere alle piattaforme illegali “punto com” ha portato entro i ranghi della liceità il 10% dei giocatori nel 2015, e i numeri sono destinati a crescere in ottica di migrazione. A beneficiarne sono anche le casse del fisco, ma non come potrebbe erroneamente emergere da un’analisi superficiale a causa dell’allargamento della fascia dei giocatori, ma grazie al recupero di una buona parte del sommerso. Di grande utilità è stata, tra le altre, la cosiddetta sanatoria sui Centri di trasmissione dati (Ctd), che ha condotto “sulla retta via” ben 2000 centri scommesse che in precedenza permettevano giocate su mercati esteri o neri, provocando una forte perdita per le casse dello Stato.

Ad ulteriore conferma della bontà della manovra italiana sul settore dei Giochi arriva l’ordine del giorno del prossimo Excellence in Gaming di Berlino, durante il quale il modello di regolamentazione italiano sarà esibito come modello virtuoso. All’interno di questa tavola rotonda organizzata tra i regolatori dei principali mercati europei e tesa a stilare una serie di best practise del gaming quanto meno in Europa, l’Italia sarà al centro dell’attenzione: alla responsabile dell’Ufficio online dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Daria Petralia, sarà affidata l’apertura dei lavori con l’intento di mostrare i punti di forza di un sistema sempre più imitato all’estero.

Qualcosa di simile è accaduto anche a Londra lo scorso febbraio in occasione del seminario “The Italian Briefing”, durante il quale è stata proposta l’Italia quale baluardo della regolamentazione della sezione giochi.

L’esempio del mercato online potrebbe presto essere studiato ed “importato” anche per migliorare le politiche generali del gioco. Attorno alle giocate fisiche esiste infatti ancora un certo alone di incertezza che preoccupa i player che hanno investito ingenti somme di denaro. Quanto accade nel resto del continente europeo è del tutto similare allo scenario italiano: la regolamentazione del gioco è uno dei temi più scottanti e delicati, di interesse sia per le casse statali che per i cittadini che chiedono a gran voce una tutela. Estremamente d’attualità sono i temi della pubblicità e della liquidità internazionale dei giochi online: anche il Regno Unito si sta muovendo in direzione di nuove restrizioni agli spot sul gaming, e il secondo tema ha raccolto l’interesse di tutti i paesi della zona UE.

All’estero le perplessità maggiori sono legate al ruolo dello Stato e del regolatore, guardando maggiormente al ruolo delle imprese e alla responsabilità sociale che viene loro deputata. Curioso quanto accade con le slot machine nei bar, che in Italia sono molto criticate perché legate a doppio filo con la crescente ludopatia. In Europa questo sentiment non si è ancora sviluppato: nel Regno Unito sotto accusa ci sono le Fobt, una tipologia di videolottery installate soltanto in qualche locale dedicato.

A prescindere dai casi singoli, va sottolineato come dappertutto stia nascendo la forte esigenza di regolamentare in maniera più precisa il mercato del gioco, sia per esigenze di cassa, ma anche per contrastare la crescente illegalità del mercato “sommerso”. Il settore del gambling non può essere oscurato o combattuto, la popolazione non sarà certo limitata da logiche repressive risalenti ai tempi dell’Inquisizione. Per incanalare il popolo dei giochi, deve migliorare la sostenibilità generale e la tutela di chi giornalmente rischia di finire sul baratro.

In Italia è questa la sfida più sentita, quella su cui si gioca gran parte della sfida, ma la strada da percorrere è ancora lunga. In tal senso, la Conferenza unificata degli operatori dei giochi potrebbe stravolgere le carte in tavola, permettendo una mini-rivoluzione di uno dei settori più munifici per lo Stato.