Il gioco d'azzardo la vittima di tutti, ma resta una piccola porta aperta… | Editoriale

dic 05

Continua, per il gioco d’azzardo, un periodo nero: tra prese di coscienza e propaganda, la politica e le istituzioni pare abbiano finalmente raggiunto la consapevolezza dei problemi legati alla gestione del gioco pubblico. Ma il dire ed il fare c’è di mezzo il mare: sic et simpliciter, significa che, contestualizzati i problemi, c’è poi da affrontarli.

A questo proposito il Senatore della Lega, Massimo Garavaglia, ha ben sintetizzato i problemi che ha lo Stato con la filiera dell’azzardo: lo Stato, insomma, deve o dovrebbe fare lo Stato. Il vice ministro dell’Economia del Conte 1 ha parlato nel corso della riunione politica che ha visto al centro delle discussioni il tema del gioco, organizzata e promossa dall'associazione Acadi, in occasione della presentazione del consueto rapporto sul gioco pubblico.

Una semplice riflessione a cui sarebbe potuto arrivare chiunque, magari evitando di far vivere ad un’industria da diversi miliardi di euro annui, probabilmente, la sua annata peggiore tra Decreti, su tutti il cosiddetto Dignità, aumenti, non ultimo l’ormai prossimo innalzamento del PREU sugli apparecchi da intrattenimento in vincita di denaro.

L’industria, da anni, è piegata in due da un conflitto a senso unico, arrivato al limite della sostenibilità, con uno Stato fragile e sempre più in controsenso con se stesso. Con la Conferenza Unificata, nel 2017, si diede avvio ad un dialogo che vide la stesura di un accordo scritto, ma mai attuato. Ma dalla giustizia arriva la conferma che ancora oggi, a quasi tre anni di distanza, i punti descritti da quell'accordo sono da ritenersi validi e, quindi, attuabili.

Le leggi in alcune regioni tengono in scacco la normativa di riferimento, su tutti emblematici i casi di Emilia-Romagna e Piemonte, con effetti proibizionisti e conseguenze catastrofiche che, in prospettiva, non creeranno che danni in termine di ordine pubblico e sicurezza, nessuno pare degnarsi di difendere una filiera a rischio, con migliaia e migliaia di posti di lavoro pronti a saltare. Un esempio: l’occupazione nel gioco d’azzardo e nel suo indotto è maggiore rispetto al mondo della plastica, ma per nessuno è importante. I rischi sono alti, anche in assenza di una “plastic tax”, come testimoniano i numerosi tagli che hanno visto come protagonisti alcuni dei migliori casinò online legali del mercato italiano.

Nel gioco aumenta la tassazione, con la nuova manovra ancor di più, e viene compromesso il futuro di centinaia di imprese. Casi che esistono e diventano più emblematici nelle suddette regioni ma nessuno avrà mai il coraggio di rivedere leggi "a tutela delle famiglie", o spacciate per tali.

Dall'incontro tenuto da Acadi negli scorsi giorni è venuto fuori che tutti sembrano essere d’accordo, all'unanimità, su un riordino generale, sempre più necessario, del settore per mettere in sicurezza il sistema e assicurargli stabilità e sostenibilità. Parole, parole, parole, canterebbe Mina, anche stavolta? Probabilmente sì, come tutto lascia supporre, anche alla luce della recente discussione in Parlamento sul tema del gioco e della sua regolamentazione, avviato con l’iter della conversione in legge della manovra economica in vista del 2020. Ed anche qui emerge prepotente la necessità di una riforma e di un riordino generale per il bene di tutto il mercato. Al netto di rincari che, invece, non mancano mai. Qualcosa, seppur di poco, si muove. Anche perché è stato, da tempo, raggiunto un punto di non ritorno. La politica, insomma, deve cambiare approccio perché anche l’aumento delle aliquote potrà più garantire il gettito previsto.

Bruno Vespa, noto giornalista e volto della tv, si è accordo delle assurdità circa le dinamiche politiche ruotanti attorno all'azzardo: basito, si è detto Vespa, che ha promesso di aprire un confronto a Porta a Porta per contestualizzare al meglio la situazione e fare informazione su un comparto spesso tartassato da fake news e bufale, anche per colpa degli stessi media. Nove anni e dieci aumenti, non c’è più altro da aggiungere.