Non si gioca con il gioco pubblico: riaprire si può (e si deve)

data di creazione: mar 22
Scritto da Alessandra Santoro

La situazione sta diventando paradossale, oltre che insostenibile e, francamente, anche ridicola. In Italia hanno riaperto tutte le attività commerciali, chi più e chi meno. Tutte. Tranne una categoria: quelle legate ai giochi legali. Già perché nell'ultimo anno – falcidiato dalla Pandemia da Coronavirus che ha messo in ginocchio il sistema economico mondiale – le sale da gioco sono rimaste chiuse per oltre 250 giorni. Il conteggio è impietoso: dal lockdown di marzo dell'anno scorso i locali hanno chiuso le serrande, per poi riaprire a giugno e richiudere ad ottobre. Da qui il dramma: non hanno più avuto il permesso di riaprire.

Imprese e lavoratori sono arrivati allo stremo delle forze, hanno bisogno si sostegno e chiedono aiuto. Ma soprattutto chiedono equità. Come dicevamo tutte le attività nel corso di questi mesi hanno avuto di riaprire e provare a rimediare ad un disastro economico annunciato. In zona gialla hanno riaperto ristoranti, parrucchieri e tutti i locali che consentono l'accesso al pubblico. Opportunità non concessa alle imprese dei giochi. Sale scommesse, Sale slot e Bingo. Tutto chiuso. Addirittura anche nell'unica regione bianca d'Italia, la Sardegna, non è stata concessa la riapertura alle sale da gioco. Una vera ingiustizia che rischia di minare il futuro di migliaia di imprese e lavoratori.

Le richieste della filiera non sono improponibili

Eppure le richieste non sono improponibili. Tutt'altro. Così come accade per altre attività, come ad esempio i tabaccai (dove pure esistono metodologie per giocare come Lotto e Superenalotto), si richiede la possibilità di aprire regolamentando gli accessi. Il tutto mantenendo il distanziamento necessario, lavorando con mascherine e sanificando gli ambienti di lavoro. Ovvero tutto ciò che è previsto per le attività commerciali in Italia. Ma non per i giochi.

Il protocollo stilato per le attività di vendita al dettaglio, ad esempio, prevede l'ingresso di una persona alla volta in un locale della grandezza di 40mq. Ora pensiamo alle sale da gioco, oppure ai Bingo, solitamente eretti in strutture di svariate centinaia di metri quadrati. Perché non si potrebbe riaprire? Perché non si consente di lavorare, rispettando tutte le condizioni di sicurezza sopra elencate, tenendo una persona per tavolo o tenendo i clienti distanziati? Qual è la differenza con un ristorante? Questa è l'Italia: il paese dei due pesi e delle due misure. Le regole che valgono per Tizio non valgono per Caio, e viceversa.

In attesa del CTS e di un protocollo per la riapertura

Oltre alla disparità di trattamento c'è un altro fattore che fa protestare i lavoratori, soprattutto a Roma dove ormai da mesi fanno avanti manifestazioni pacifiche ma senza che qualcuno dia risposte a chi affolla l'esterno di Montecitorio. Qual è il fattore di cui parliamo? Nessuno ha pensato di stilare un protocollo per la riapertura delle sale da gioco. Il CTS (Comitato Tecnico Scientifico) del Governo, ovvero l'organo che redige le regole da seguire per le riaperture e la mobilità, non ha mai affrontato l'argomento scommesse. Sì, un paese dove anche il calcio ha avuto un protocollo ad hoc per lo svolgimento dei campionati, il gioco d'azzardo legalizzato, tutte le imprese e i lavoratori annessi vengono completamente dimenticati.

Cosa che non è accaduta all'estero, dove ormai da tempo la macchina del gambling ha già ripreso a camminare. Ormai, dopo un anno di chiusure e sacrifici, imprenditori e dipendenti del settore sono arrivati ad un punto di non ritorno. Molte aziende rischiano di non rivedere più la luce. Dunque la richiesta si è trasformata in un imperativo: o si riapre, oppure si provveda in maniera serie, veloce ed efficace ai ristori per tutto il settore.