Gioco pubblico, le necessità di un riordino dopo il fallimento dello Stato

Un tempo, con una certa dietrologia, si diceva che lo Stato, o il governo del momento, era solito legiferare in materia di gioco pubblico a favore di una presunta lobby o per gli specifici interessi di alcune società. Assurdo, ma comunque veniva detto in maniera netta e perentoria. Ora un cambio di rotta, con il governo del cambiamento, o cosiddetto tale: si è invertita la rotta, come è evidente a tutti. E le cose non sono andate per il meglio, almeno nel settore del gioco pubblico.

La nuova linea seguita dal governo giallo-verde sembra essere davvero nuova e finora inesplorata ma tale da scontentare tutti. Grandi e piccoli, un intero settore circondato da un silenzio assordante e perseguito in maniera quasi ossessiva a differenza di altri, essendo poi quello che meno interessa, storicamente, agli italiani.

Si è parlato di emergenza da gioco d’azzardo, negli anni ma con particolare parsimonia negli ultimi mesi, a maggior ragione dopo l’approvazione del Decreto Dignità. Il Governo centrale dice e sostiene di voler tutelare la famiglia, i lavoratori e la salute di tutti e per questo motivo l’industria del gioco, salvo membri interni al settore, non può ovviamente trovare validi sostenitori al di fuori di essa. Una minoranza dunque, in svantaggio, giocoforza, rispetto al trend populista che pervade il Paese. E sulla scia del più becero populismo si sta contribuendo in maniera inalienabile alla distruzione interna di un settore e di un’intera industria che, va detto, fino a ieri ha rappresentato uno dei punti fissi dell’Italia, faticosamente costruita nel tempo, rispetto ai modelli che da anni dominano in Europa e nel mondo.

Il gioco ha creato occupazione ed entrare erariali ed il settore è stato messo in sicurezza negli ultimi anni dato che, fin dal 2003, è stato in preda ad una totale assenza di normativa e spesso alla mercé delle organizzazioni criminali, facendo spesso emergere una intensa economia sommersa.

Nonostante i tanti risultati a livello economico e il grande contributo del settore gioco all'economia italiana, lo Stato è voluto tornare indietro, rinunciando a tutti i benefici conquistati nel tempo, invertendo la rotta con un boomerang clamoroso in termini di presidio, legalità, sicurezza. Un suicidio all'insegna del populismo e del proibizionismo.

Guardandosi attorno appare quantomai evidente che la posizione assunta dal governo nei confronti del gioco pubblico sembra oggi più coerente e simile a quella riservata ad altri comparti con decisioni prese e dettate da assunti pseudo-ideologici raramente approfonditi e mai dettagliati. L’attuale governo sta in qualche modo andando avanti ma scontentando sempre qualcuno: basti pensare alla questione TAV, ancora oggi irrisolta, e che in qualche misura potrebbe scontentare e penalizzare una delle parti chiamate in causa. Ma almeno si è sentito parlare di una stima tra costi e benefici, cosa mai capitata nei confronti del gioco, in cui ci si è accontentati di dati, stime, analisi presunte ma sicuramente non ufficiali né richieste dallo Stato.

C’è da riflettere, poiché ci sono decisioni che l’Esecutivo proprio non riesce a prendere e che scarica su un Parlamento depotenziato e spesso preso come alibi. Nessuna linea coerente e sostenibile, l’unica soluzione è quella di strangolare un settore inavvertitamente a vantaggio dell’illegalità, senza l’eliminazione dell’offerta dal territorio come un tempo si è voluto far credere. Perché a bilancio si mettono maggiori proventi che vengono dal gioco terrestre e, in minor parte, dai casinò online italiani. Il governo, dunque, punterebbe proprio sul fatto che gli italiani continuino a giocare. Un’arma, seppur celata dietro un moralismo finto e impregnato di populismo. Il paradosso è che la palla resta in mano al Governo Centrale che, dalla scorsa estate, ha emanato i primi provvedimenti “demolitivi” nei confronti del gioco, col Decreto Dignità, pronto, secondo le promesse, a emanare una riforma che investisse tutto il settore, tramite un riordino che, alla luce dei fatti, non è stato ancora realizzato. Ma in questo caso, stavolta, le conseguenze sarebbero devastanti. Come per la TAV.

Sui giochi, come sulla questione dell’Alta Velocità, il risultato sarà pessimo per l’Italia e le ripetute discussioni degli ultimi mesi non saranno indolore. Negli ultimi dieci mesi si è già consumata una prima fuga di investitori, l’Italia ha già perso 36 miliardi di euro, l’economia ne risulta già inevitabilmente impoverita. Cadono, così, anche le entrate ma soprattutto le ricchezze e l’occupazione. E invertire la rotta, ora come ora, è quantomai difficile. Perché è diventato difficile chiedere di investire nel nostro Paese. Il tutto a causa di anni ed anni di ripetuti malgoverni.

L’industria del gioco, in uno scenario apocalittico, si trova questa settimana a Rimini per la consueta fiera dove, stavolta, il tema del riordino del settore sarà quotidianamente al centro dell’attenzione. Con l’auspicio che non si riduca all'ennesima Chimera. Ma la linea generale, come per tutte le questioni importanti del Paese, sembra quella di voler rimandare tutto a giugno, dopo le elezioni europee, quando cioè gli equilibri della maggioranza attualmente in carica potrebbero subire qualche scossa. Una situazione controversa, ma sempre legata a quel contratto firmato un anno fa e che decide deliberatamente le sorti della nazione.